Ho ricevuto una dozzina di mail di protesta per i ritardi nella mia rubrichetta (ci sarà lo zampino di mia moglie?) No, non batto la fiacca cari miei lettoruncoli in attesa spastica di nuove palpitazioni cartacee o di copertine profumate. Non batto la fiacca, non sono un fanagutòn (scansafatiche ndt) come dicevan dalle mie parti. Timbro anch’io il mio cartellino, non temete fedeli brunettiani, dico anzi grido presente! Non batto la fiacca ma il testone sì, sull’asfalto slabbrato e sul muretto accanto. Esibisco certificato medico a richiesta ed anche l’esito di radiografie alla caviglia destrica (destra distorta ndt) e la tac al capoccione offeso. Ecco il perché del ritardo, cari miei, a cui cerco ora di sopperire, con polpastrelli, badate bene, ancora ingrommati di mercuro-cromo per alleviare l’abrasione dolorosissima tic tac e tic toc barra e a capo vo. Oltre il fisico vulnerato, il cuore è anche addolorato per noi, figli di un dio minore anzi infimo, noi viola di rabbia per la sconfitta immeritata contro i tracagnotti teutonici che ci sbattono fuori dalla Champion, hèlas! Talmente orfani che neppure mamma tivvù ci volle la fatidica sera, lei matrigna non ci accolse nel suo seno; e io come un grullo (un pirlotto on dit chez-nous ndt) a spiare i risultati su qualche retìna locale, telepadania o teleolonia o giù di lì, dove i soloni calciovendoli neppure ci cagano alla lontana e disquisiscono dell’estremo raffreddore di Balotelli o del clistere propinato all’ultimo dei militi rossoneri, pensa te! E intanto il dramma si consuma e ci divora, e neppure la birrazza riesce a soddisfare la sete di notizie sulla Viola contro il Bayer (che fa? chi ha segnato? quanto manca?). Noi legati come pisquani, incollati a quel cartoncino elettronico appeso a lato dello schermo, in attesa di notizie che non arrivano… E quelli che ci confermano che noi non esistiamo, noi popolo viola diritto non abbiamo d’esistenza, no!. Non ho parole e tanto meno parabole per captare almeno teleprato o telemontevarchi per capire come andiamo al Franchi. Ora lo sapete, rideteci su, noi invece soffriamo come cani abbandonati dal padrone e rullati a dovere sull’asfalto (dicono che il camion fosse guidato da uno juventino in stato confusionale).
Torniamo al calcio scritto, meditato, forse più vero di quello virtuale spalmato come nutella sui video d’ogni angolo del pianetino. Ne ho messi un po’ da parte di libronzoli calcistici, è ora di scendere in campo, si apre il match. Trascrivo o quasi dalla presentazione del primo libro che ci promette il mondo del calcio raccontato “dall’interno”, c’est-à-dire da gente normale che ancora si assiepa sugli spalti (che belli questi fossili di lingua italiota!). Otto scrittori otto si addentrano nei chiaroscuri un po’ puzzolenti del nostro sport nazionale: Italia repubblica sei calcistica (e le veline dove le mettiamo?). Uno si mescola tra gli ultras della Lazio alla ricerca di una verità sull’omicidio di Gabriele Sandri, colpito da mano assassina. L’altro segue i talent scout delle grandi squadre a caccia di campioni tra favelas e campetti di periferia, dove le storie sono più vere e toste come la fame, altro che fighette e ferrari.. C’è chi ripercorre fasti e rovine del Milan di Berlusconi, o chi insegue la leggenda di Bora Milutinovic, l’allenatore “zingaro” che risollevava le sorti delle nazionali più povere del terzo mondo, missionario di Madonna Eupalla. Non manca chi pone sotto il microscopio il calcio geneticamente modificato ai tempi della pay-tv, chi disquisisce su superMario Balotelli, chi mette in scena una parabola fatta di calcio, violenza, colpa e redenzione. Chi infine racconta la calda, folle, insostituibile esperienza di un pomeriggio allo stadio Zini tra i tifosi della Cremonese, occhi color discarica , ormoni, fumo, cd di Tiziano Ferro da masterizzare, in curva i cori i sergenti e i caporali e i pecoroni, mentre Samanta o Svetlana fanno noiosamente i cazzi loro e chi ha segnato il gol per la Cremonese. Già lo Zini, me lo ricordo bene quello stadio per noi – i tigrotti di bustoarsizio – stregato, con la nebbia che scende a commando quando i grigiorossi sono in panne (1-2). Confesso che mi sono sentito vecchiotto assai e ormai maciullato dagli anni leggendo questi testi, così diversi e insieme così vicini, ma distanti anni luce dalla mia esperienza. Racconti certo intorno e dentro il presente, non c’è alcun dubbio. Ma che misurano davvero la distanza fra ciò che fu e ciò che è. Colpiscono come un pugno e rivelano verità che non sempre fanno bene. Ma così è, anche se non ci pare.
Mi sento più vicino al compassato quarantacinquenne professor Caudano, professore ordinario di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico di Jesi (ma potrebbe essere Lodi, o altro). Sembra un personaggio d’altri tempi, forse uscito dalla penna di uno Svevo dei giorni nostri. Abita un appartamento che ha avuto dai suoi, non ha la patente, va a scuola a piedi, si compra moltissimi libri, non è sposato e conduce una vita solitaria. A ritmarla sono il lavoro, le abitudini, i pensieri ma specialmente l’amore per la squadra nerazzurra di cui segue, con paziente e sofferta partecipazione tutte le vicissitudini. No, non avete capito, non è l’Inter bausciona, ma piuttosto la coriacea Atalanta, squadra per altro dei miei avi, figli degeneri della Serenissima, originari di Val Brembana o giù di lì e infine approdati al Ducato milanese a offrire servigi in campo di protezione dall’esosa baldracca veneziana. Il Caudano palpita per le vicende dell’Atalanta, squadra entrata nel suo cuore quando, ai tempi di Sonetti e Strömberg, ha prestato il servizio militare a Bergamo. Caudano è calciofilo di vaglia, ha una memoria di ferro e ricorda giocatori, campionati e statistiche non meno delle date di nascita e morte di scrittori e poeti… Conoscendo un poco l’autore è per me troppo facile ritrovarne costantemente il profilo dietro la finestra della narrazione. E arrivare là, al vulnus, alla ferita esistenziale, al buco nero (p. 83 e segg): perché è vero – come afferma il De Senectute, che per i vecchi la morte è cosa naturale; ma se si tratta di tuo padre è altra musica, e le sfere del tuo cuore non sanno ritrovare la via dell’armonia. Già, l’armonia, l’equilibrio di una vita forse grigia, normale, serenamente normale. Come è difficile costruirla, difenderla quella piccola infinita serenità! La famiglia, gli amori passati e quelli che verranno, la scuola, le vicende dei ragazzi la passione calcistica, ingenua e segreta. Come è difficile difendersi dalla morte e farsi compagnia con questa povera vita che ci accompagna ogni giorno. Allora anche una radio può farci sentire vivi, e mai soli e parte di una storia, con la maglia nerazzurra…. Passerà, il dolore passerà e tornerà “la pienezza della semplice vita” .
È un bello scontro generazionale, ora me ne accorgo, confrontando i due libri con un terzo, ancora nel segno di Eupalla e Madonna Nostalgia. Ne è autore Massimo Raffaeli, critico finissimo e appartato, quasi murato nella terra marchigiana, di cui come pochi sa individuarne i segreti rancori e le tenerezze più riposte. Ma con la medesima sensibilità, illuminata dall’intelligenza e dalla cultura, egli sa la difficile arte di chinarsi sui sacri testi, sui classici di ieri e di oggi, per ascoltarli e interpretarli. Classici in tutti i sensi e in ogni direzione, come già aveva dimostrato lo splendido L’angelo più malinconico (Affinità Elettive, Ancona 2005), dove si intrecciavano con reciproco vantaggio sport e letteratura, un binomio di solito poco frequentano nei paesi del barista Biscardone e dei suoi nipotini. Raffaeli prosegue questo suo viaggio dentro la memoria con un nuovo libro che raccoglie una cinquantina di pezzi già pubblicati in giornali o riviste. Pezzi che ora costruiscono un mosaico colorato e che mi fanno ritornare a quello che fu ed è in fondo rimasto per me il calcio, Sivori, Angelillo, Accaccone con la sua Inter, Nereo Rocco, il Gianni Rivera, Giacinto il capitano, Rombo di Tuono. È raro trovare una sintonia quasi perfetta con uno scrittore (perché Raffaeli è soprattutto uno che sa scrivere, anzi che sa evocare i miti e ricostruire i fili sottili delle storie di uomini e calciatori, e dei, anche quelle apparentemente minori), ma questa magia si è concretata in questo suo ultimo libro, dove ho ritrovato i beniamini d’antan, biglie, figurine, cartoline in bianco e nero eppure nitidissime (l’indice dei nomi finali è una meraviglia, un elenco telefonico di vecchi amici). Racconti, storie, piene di fatti e di umanità, che vorrei aver scritto io, alle quali ho pure pensato, forse. E poi tanta cultura, mai sbandierata ma sempre tenacemente sottotraccia, a guidare la rotta. E tanta letteratura, con gli incontri con i nostri maestri come i due Gianni, Brera e Arpino, e poi Mario Soldati, Vittorio Sereni, Pier Paolo Pasolini. Sapienti incroci di sport, letteratura e biografia. Quella di Raffaeli ovviamente, e quella di tanti altri, non escluso il vostro fedele scrivano eupallico.
Adempio come sempre al compito bibliografico, immantinente:
Ø Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio, a cura di A. Leogrande, Minimum fax, 2010. Pagine 280 per 15 euro;
Ø Stefano Corsi, L’Atalanta nei giorni, Limina, 2010. Pagine 128 per 18 euro.
Ø Massimo Raffaeli, Sivori un vizio, Italic, Ancona 2010. Pagine 246 per 16 euro



